Un atleta sbaglia un servizio, una ricezione o un passaggio.

L’allenatore vede l’errore e conosce la correzione: modificare l’appoggio, anticipare il movimento, cambiare l’impugnatura o leggere prima la situazione.

Tecnicamente è tutto corretto.

Ma l’atleta, in quel momento, è ancora disponibile a ricevere quell’indicazione?

Prima della correzione tecnica può esserci una domanda più utile:

Non tutti gli errori continuano nello stesso modo

Lo stesso errore può produrre risposte molto diverse.

Un atleta può riconoscerlo, ascoltare l’indicazione e tornare immediatamente disponibile. Un altro può irrigidirsi, cercare di recuperare in fretta o iniziare a dubitare di ciò che fino a quel momento sapeva fare.

In alcuni casi l’errore termina con l’azione. In altri continua nel corpo, nell’attenzione e nel modo in cui l’atleta affronta ciò che viene dopo.

La correzione tecnica, quindi, non entra mai in uno spazio neutro. Incontra una persona che può essere presente, chiusa, impaurita, arrabbiata o impegnata a dimostrare di non aver realmente sbagliato.

Correggere il gesto o osservare la persona?

L’allenatore non deve scegliere tra tecnica e persona.

Può però riconoscere l’ordine nel quale intervenire.

Prima di aggiungere una nuova informazione, può osservare:

  • la postura cambia;
  • lo sguardo si abbassa o cerca continuamente conferme;
  • il respiro si accorcia;
  • il movimento successivo diventa trattenuto o eccessivamente forzato;
  • l’atleta smette di ascoltare oppure chiede troppe spiegazioni.

Sono segnali, non diagnosi.

Mostrano che l’errore tecnico potrebbe aver prodotto qualcosa che continua oltre l’azione.

Quando la spiegazione aumenta il bisogno di controllo

Dopo aver sbagliato, alcuni atleti cercano più informazioni.

Chiedono che cosa non ha funzionato, come devono muoversi, quale dettaglio correggere e che cosa fare se l’errore si ripete.

Può sembrare disponibilità ad apprendere. A volte lo è.

Altre volte, però, quella richiesta nasce dal bisogno di controllare il rischio di sbagliare ancora.

Se l’allenatore risponde aggiungendo molte indicazioni, l’atleta può entrare nell’azione successiva con un compito impossibile: ricordare tutto, controllare ogni parte del gesto e assicurarsi che il risultato sia corretto.

La tecnica diventa così una garanzia cercata contro l’incertezza.

Quella garanzia non esiste.

La pausa non è assenza di allenamento

A volte l’intervento più utile non è spiegare immediatamente.

Può essere una pausa breve, una domanda essenziale o il tempo necessario perché l’atleta riconosca dove si trova.

“Dove sei con l’attenzione?”

“Che cosa è cambiato nel tuo corpo?”

“Sei ancora nell’errore precedente o sei disponibile per questa azione?”

Queste domande non sostituiscono la correzione tecnica. Creano le condizioni perché possa essere ricevuta.

La pausa non interrompe l’allenamento. Può diventare il momento nel quale l’atleta impara a osservare la propria risposta, invece di eseguirla automaticamente.

La leadership dell’allenatore

La leadership dell’allenatore non si manifesta soltanto nella capacità di individuare l’errore e indicare la soluzione.

Si manifesta anche nel riconoscere:

  • quando l’atleta ha bisogno di una correzione;
  • quando ha bisogno di recuperare disponibilità;
  • quando una parola può orientarlo;
  • quando troppe parole rischiano di allontanarlo ancora di più dall’azione.

Allenare non significa soltanto rendere il gesto più efficace.

Significa anche aiutare l’atleta a riconoscere da quale stato sta cercando di eseguirlo.

Prima della prossima correzione, l’allenatore può chiedersi:

La tecnica indica come eseguire meglio l’azione.

La leadership permette all’atleta di tornare nella condizione di poterla eseguire.